Design for made in ItalyIntervista a Piero Quintiliani

Piero Quintiliana, medical designer, racconta in forma di intervista la sua esperienza ed il suo punto di vista sul design applicato ai settori farmaceutico ed elettromedicale. Nella sua giovane ma intensa attività di industrial designer si è dedicato prevalentemente alla realizzazione di apparecchiature elettromedicali, soprattutto nel campo della neonatologia. Coerente ai canoni della formazione professionale di un giovane designer, Quintiliani è stato determinato sin dagli inizi nell’acquisire conoscenze a 360° soprattutto per ciò che riguarda tecniche, materiali e sviluppo del progetto; conoscenze ampiamente sfruttate nel corso dell’attività per la progettazione di culle neonatali, lampade per la fototerapia, apparecchi per la misurazione della bilirubina per la Ginevri (Albano-Cecchina), o di apparecchiature per la medicina estetica della Triworks (Guidonia).

Produzione farmaceutica e elettromedicale: in che modo si sono evolute le caratteristiche estetiche e tecniche dei prodotti e il linguaggio di comunicazione in questi settori relativi alla salute, al benessere, alla terapia, all’estetica?

La maggior parte della mia attività progettuale è stata finora svolta nel settore delle apparecchiature elettromedicali. Collaboro con diverse aziende per la realizzazione di strumenti per la cura, la terapia e ultimamente anche di strumenti per la medicina estetica, di apparecchiature per il benessere e la bellezza. Si tratta di due settori molto vicini e in continua evoluzione. Come in altri campi c’è innanzitutto la sperimentazione e l’adozione costante di nuovi materiali. Il Mater Bi, ad esempio, che è un materiale biodegradabile al 100% realizzato con l’amido di mais, sarà utilizzato, credo, nel campo biomedicale con possibilità innovative, come sarà anche per i nanomateriali. Soprattutto la sensibilità collettiva è in continua evoluzione. C’è un mondo di geometrie, forme, colori in costante trasformazione che deve continuamente interpretare nuovi contesti e nuove tecnologie, adeguarsi ai cambiamenti dei modi di vita, dei modi di relazione e di comunicazione. L’innovazione nel campo degli strumenti elettromedicali comporta un nuovo modo di concepire le apparecchiature, rendendole sempre più funzionali, comunicative, in sintonia con chi le utilizza, sia come operatore che come fruitore finale. Al tempo stesso questi oggetti così legati alla loro specificità e apparentemente lontani dalla vita quotidiana, possono anche entrare in relazione con gli aspetti e i modi odierni dell’esistenza. Un esempio può essere il lavoro fatto con “nido”, una culla che ho realizzato per la Ginevri,una ditta di Albano che si occupa di cura neonatale. Le culle normalmente in uso negli ospedali o nelle cliniche sono quelle standard, servono per tenere il neonato vicino alla mamma e per trasportarlo. Finora per risolvere il problema della copertura durante il trasporto si usava un sistema brutalmente empirico, sovrapponendo a mo’ di coperchio una culla capovolta, come il coperchio di una pentola. Oltre al miglioramento dei materiali e allo studio di un sistema di segni e di linguaggio per comunicare sicurezza e affidabilità, il progetto ha affrontato la questione della copertura creando una struttura girevole come quella di un passeggino, incernierata alla culla, e manovrabile anche con una sola mano. È stato realizzato un cambio di funzione notevole e l’oggetto ha oggi delle prestazioni completamente diverse. Talvolta, per altri progetti di macchine destinate alla medicina estetica, cerco di ricavare attraverso una geometria un piano che prevede l’appoggio magari di uno smartphone o altri accessori di cui ci stiamo sempre più dotando nella vita di tutti i giorni. L’oggetto accoglie così altre funzioni di supporto e si integra con le necessità della quotidianità.

 

ninho, culla neonatale.

 

Ginevri, 2002 In che modo le caratteristiche del farmaco, o dell’apparecchio, devono essere percepite o percepibili da chi le usa?

Il design è un veicolo di informazione. La corretta informazione viaggia attraverso un buon progetto. Se si lavora con attenzione, con dedizione, direi con amore, si riesce a trasferire attraverso dei messaggi inconsci che non sono propriamente linguistici delle informazioni. Tornando al caso di “nido” la soluzione della copertura manovrabile anche con una sola mano, comunica affidabilità e il positivo superamento di un problema.

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Manipolo. Triworks, 2007

Quale è stato nella sua professione il rapporto con le tecnologie e in che modo i vincoli delle tecnologie e dei materiali hanno orientato il suo progetto?

Sono dell’idea che un vincolo può diventare la leva per fare un buon progetto, per trovare delle soluzioni sempre più intelligenti, per andare oltre. È un rompicapo, ma risolverlo è di soddisfazione e ci si diverte. Per una progettazione vecchio stile, di tipo tecnico, gli obblighi dovuti a tecnologie e materiali erano quasi un dogma e non si osava mai tentare di superarli. Con l’ingresso del designer nelle aziende, viceversa, si tende a superare i vincoli, a vedere quali sono le possibili alternative, si cerca di migliorare. Ho collaborato recentemente a stretto contatto con la Triworks, un’azienda giovane che si occupa di apparecchiature elettromedicali e di strumentazioni per la medicina estetica. Utilizzano diverse tecnologie che servono per varie metodiche: la radiofrequenza, la luce pulsata, la cavitazione e altre ancora. Si tratta di apparecchiature sofisticatissime, di macchine che hanno un’ottima funzionalità, ma che erano concepite senza nessuna estetica. Si presentavano come un mobile, una scatola di lamiera piegata, una carrozzeria bruta, con un impatto negativo contrastante con la raffinata tecnologia; trasmettevano il contrario della sicurezza e dell’affidabilità. Non era solo un fatto estetico, ma di funzionalità, di linguaggio, come mettere un PC portatile di ultima generazione in un PC degli anni ’90. Ho progettato un contenitore per ospitare tipi diversi di apparecchiature da tavolo e da terra fatto con degli stampi in poliuretano rigido, che consente di razionalizzare e ottenere dei notevoli risparmi; è composto da due scocche; la posteriore si differenzia con il colore a seconda del tipo di apparecchiatura. Se si mettono a confronto le precedenti macchine con la nuova produzione sembra di accostare la preistoria con la modernità.

 

Apparecchi_versione_carrellata_triworks

Elettromedicali. Triworks, 2005

Quale è stato il rapporto con la committenza nell’ambito della sua esperienza professionale?

Ho avuto finora una buona esperienza. Se il committente ti chiama e ti dà fiducia c’è un maggiore coinvolgimento, maggiore responsabilità; si instaura un rapporto molto produttivo. In particolare con la Triworks c’è molto affiatamento, forse anche per il fatto di avere la stessa età.

 

Che cosa consiglierebbe ad un giovane che vuole lavorare nel suo stesso settore?

Consiglierei di essere il più possibile attenti, informati, sensibili. Non bisogna dormire. Molti giovani sono un po’ spenti, è necessario uscire dal torpore, dal disinteresse che vedo un po’ in tutti i campi. Bisogna documentarsi, essere curiosi. Il designer, per riprendere un esempio fatto da altri, dovrebbe essere un po’ come un reporter, sempre attento a quello che succede. La modernità non si può interpretare stando fermi, c’è bisogno di molto dinamismo per fare questa professione. Per quelli che vivono in Italia consiglierei un’esperienza all’estero, sarà anche perché io non l’ho fatta, avendo avuto la fortuna di essere da subito assorbito dalla realtà lavorativa. Sono del parere che non bisogna chiudersi in un ambito. Ultimamente ho disegnato una bagagliera per citycar, mi stimola lavorare anche in molti altri settori. Suggerirei comunque di intraprendere un’esperienza nel campo elettromedicale che può essere formativo proprio per quelle difficoltà e quei vincoli di cui abbiamo detto; escluderei quei settori ormai saturi come l’oggettistica e i casalinghi. In generale il consiglio è quello di avere comunque coraggio e provare a presentarsi, a proporre la propria collaborazione nelle nuove realtà imprenditoriali che, anche per il ricambio generazionale, hanno, soprattutto nel Lazio, una forte potenzialità.

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